Come risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli

“Come risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli?” , questa è una domanda che ci poniamo da anni, perché puntualmente l’emergenza ritorna.

 

Breve storia di una crisi

Se facciamo un piccolo rewind, ci viene a mente la prima grossa crisi del biennio 94’- 96, con tanto di commissariamento delle attività di gestione di rifiuti.

Ancora nel 98’ e nel 2000. Nel 2001 cominciammo ad inviare rifiuti al Nord e in Germania.

Situazione più grave nel 2007-2008, con il Governo a battagliare per l’inceneritore di Acerra e il decreto legge Strade Pulite.

Nel 2010 la Regione era ancora in crisi e l’anno successivo l’Olanda ci permetteva di rifiatare accogliendo 248 mila tonnellate di rifiuti.

Successivamente, la situazione sembrava volgere per il meglio. Ma qual è la situazione attuale della regione e del Capoluogo?

La situazione attuale Campana

I rifiuti invadono ancora città e Regione. Non riusciamo a reggere lo smaltimento e le strade sono promenade di monnezza. I cittadini lamentano la puzza e i turisti fanno slalom tra i sacchetti.

Stridono i numeri positivi che vedono la Regione Campania in 15 anni passare dall’8% (2002) a più del 50% (2018) di raccolta differenziata, posizionandosi tra le prime 5 Regioni italiane in questa particolare classifica.

Allora dov’è il problema? Come si risolve l’emergenza rifiuti a Napoli?

I centri di compostaggio

I mezzi di raccolta rifiuti conferiscono in impianti vecchi e saturi, e la capacità di tali centri è ridotta vista il quasi mezzo milione di tonnellate di rifiuti organici prodotti dalla Campania.

Secondo l’ultimo rapporto dell’ISPRA abbiamo ancora la necessità di esportare il 49,7% di questi rifiuti in Veneto e il 22% dei rifiuti italiani mandati all’estero sono made in Campania.

In Italia, infatti, esistono 285 impianti di compostaggio e in Veneto e in Friuli troviamo i centri con maggiore capacità di raccolta.

A Pordenone c’è un grosso impianto in grado di gestire 350mila tonnellate l’anno (quantità nettamente superiore a quelle prodotte dall’intera regione) e a Padova il centro Sesa smaltisce 400mila tonnellate di rifiuti (100mila campani).

Perché hanno deciso di costruire impianti con tali capacità? Per soldi.

Il business della monnezza

L’emergenza rifiuti campana ha aperto un mercato senza controllo di piattaforme di trasferimento e trasporto verso impianti di trattamento fuori regione.

Nelle casse delle aziende private e municipalizzate finiscono circa 12 miliardi di euro all’anno, dei quali circa 3 miliardi sono utili.

Ogni tonnellata di rifiuti spedita ha un costo per la regione Campania dai 140 ai 190 euro per tonnellata.

Inoltre, il più grande termo-valorizzatore d’Italia, quello di Acerra, garantisce ricavi medi pari a 80 milioni che non finiscono nelle casse di De Luca ma per buona parte sempre al Nord, perché la gestione dell’impianto è affidata ad A2A, società energetica controllata per il 50% dai comuni di Milano e Brescia.

L’inceneritore, inoltre, dalla combustione ne ricava energia che poi vende a caro prezzo a circa 200 mila famiglie.

Mentre la Regione Campania rimette sui rifiuti le tasse dei contribuenti, gli altri ci mangiano.

Qual è la soluzione?

Dotiamoci di impianti!

“Dobbiamo avere impianti di compostaggio nostri!”, come al Nord.

La Regione Campania deve diventare autonoma per risolvere l’emergenza rifiuti.

Il piano regionale, pubblicato nel 2016, prevedeva la costruzione di 15 impianti di valorizzazione della frazione organica. De Luca ha affermato, pochi giorni fa, il procedere dei lavori.

Il primo impianto sarà quello di Pomigliano programmato per smaltire 330mila tonnellate di frazione umida all’anno, poi sarà ampliato quello di Teora (Avellino) a circa 30mila. Ne seguiranno altri. Uno anche a Napoli Est (Ponticelli).

Questa è l’unica strada percorribile per liberarci dai rifiuti che ci invadono, che inquinano strade e qualità dell’aria. Un modo per liberarsi anche delle eco-mafie e del commercio sulla nostra “monnezza” a nostre spese.