Sanremo è lo specchio dei tempi

 

Sanremo è Sanremo, ma fino ad un certo punto. Da settant’anni abbiamo la concezione comune che il festival sia una realtà non contestualizzabile, una città del sole di campanelliana memoria, dove tutto utopicamente è concesso. Ci sbagliamo: Sanremo è lo specchio dei tempi.

Guardandoci dentro troviamo noi stessi, i nostri sogni alienati, la povertà culturale, le cattive abitudini, il netto divario tra la classe dirigente e il resto della popolazione: l’immagine che questo Paese vuole dare di sé e la sua vera natura.

Voglio parlare della RAI

Potremmo parlare dello scarso valore dei testi delle canzoni, conseguenza dello scarso valore delle aspettative e delle conoscenze. Potremmo parlare della moda, sfarzosa, stravagante, non altro che una gravosa cristallizzazione della nostra disperata nostalgia degli anni 90’. Il dannato paradosso del politically correct che invade ogni aspetto della nostra vita e ci fa essere sempre più finti. Poi, il maschilismo, la frammentazione della società che rintracciamo nel desiderio di appuntamenti condivisi. Io, però, voglio parlare della RAI.

Voglio parlare della RAI perché mentre scrivo l’ISTAT certifica il 2019 come anno nero della produzione industriale: segniamo il calo più forte da gennaio 2018, la prima diminuzione dal 2014 e la più ampia (4,3%) dal 2013. Voglio parlare della RAI perché ancora l’ISTAT aggiunge che nel 2019 sono calati anche gli italiani che hanno effettuato almeno un viaggio, dal 26% del 2018 al 24,5%. Voglio parlare della RAI perché, mentre il Paese retrocede, un servizio pubblico investe milioni di euro in ingaggi, questi si al di fuori del mondo.

500 mila euro, o giù di li, ad Amadeus, 300 mila a Benigni per il faticoso impegno di leggere il Cantico dei cantici. Poi 300 mila a Fiorello, 25 mila alle star Lewis Capaldi e Dua Lipa.

Dov’è il buon senso del servizio pubblico?

48 mila ai big in gara che figurano come rimborso spese, quando di rimborso spese si dovrebbe parlare solo per Laura Chimenti ed Emma D’Aquino (conduttrici del TG1), trattate alla stregua di dipendenti in trasferta. Ma continuiamo, perché le vallette hanno ricevuto 25 mila euro a testa, tranne Diletta e Antonella Clerici, che hanno preso il doppio.

Ho escluso Mara Venier, che ha dichiarato di non aver ricevuto compenso e voglio crederla. Poi ho tenuto fuori Tiziano Ferro, che ha incassato 250 mila euro, e Georgina (140 mila), entrambi hanno devoluto gli interi importi in beneficenza. Il cantante ha donato ad associazioni che fanno la lotta ai tumori e si prendono cura dei cani randagi, mentre la fidanzata di CR7 all’Ospedale Pediatrico Regina Margherita di Torino. Bei gesti di due persone che hanno mostrato di possedere più buon senso della RAI, di essere più vicini al popolo del servizio pubblico.

E questo è il motivo per cui ho voluto parlare della RAI, per evidenziare il problema massimo del servizio pubblico e della politica italiana tutta, sempre più d’ispirazione borghese illuminata, opulenta e individualista che si fa beffe delle preoccupazioni degli strati più umili della società. Una politica lontana dal popolo e dalle asprezze che questo vive ogni giorno. Una politica che vive nel suo lussuoso pantheon senza mai scendere in strada. Una politica che non mi piace.

Chiamatemi pazzo ma la mia politica è quella che, come un qualsiasi Achille Lauro, si spoglia di una vita materiale per abbracciare quella della solidarietà.